Banda larga: l’Europa corre, l’Italia zoppica
L’Italia si confronta con l’Europa sul terreno della banda larga. E non c’è da andarne fieri.
La Francia ha annunciato che destinerà alle nuove reti banda larga buona parte dei 4 miliardi di fondi pubblici per l’innovazione. La Finlandia garantirà per legge la connessione a banda larga a tutti i cittadini. La Svizzera ci era arrivata anche prima: già nel 2006 aveva previsto di dotare tutti i propri abitanti di una connessione minima (in effetti non particolarmente veloce) da 600 bit. La Spagna ha deciso di rendere 1 Mbps un diritto universale dei cittadini entro il 2011, con una copertura totale e prezzi politici per questo livello di banda. Intanto nei giorni scorsi il «Broadband quality index», uno studio delle università di Oxford e di Oviedo, ha messo l’Italia al 38esimo posto nella classifica mondiale sulla qualità della banda larga (in testa ci sono Corea del Sud e Giappone). Su una scala di 100, il voto dato alla nostra connessione è stato 28,1, considerato «sufficiente» per i servizi web disponibili oggi, ma ben al di sotto di quella quota 50 ritenuta indispensabile per le applicazioni dei prossimi 3-5 anni. Letta ha comunicato che i fondi per la banda larga non sono stati dirottati altrove, ma saranno bloccati e la situazione cambierà solo una volta usciti dalla crisi. Adesso ci sono altre priorità economiche, la banda larga può aspettare. Non la pensano così, come abbiamo visto, gli altri governi europei e non, con i loro finanziamenti. Né è d’accordo l’Unione Europea secondo cui questi piani servono appunto per uscire dalla crisi. L’Europa ha stimato che la banda larga porterà un milione di posti di lavoro fino al 2015 e una crescita dell’economia europea di 850 miliardi di euro. Mosse prudenti, quindi, per l’Italia, mentre i veri investimenti si fanno all’estero.













